Un rara recensione all'ottimo saggio del sacerdote arianese D. Felice Molinario, rende giustizia ad un opera che divenne una scommessa per quegli anni ruggenti della contestazione, un'opera quella del Molinario che aveva la pretesa di un'avvenura letteraria e umana, insieme a ad alcuni intraprendenti , giovani campani, Gianni Festa e lo stesso Felice Molinario, una collana che non ebbe fortuna in Campania ma che ebbe largo eco nel resto dell'Italia.Quella del Parzanese, già dal titolo risaltava la rilettura dell'opera del poeta romantico del sud, gli attribuiva in nostro Molinario l'avventura umana e letteraria di "rivoluzione proletaria". Nel recente convegno del bicentenario del Parzanese (2009), vi è stata una rivalutazione del saggio del Molinario ad opera di Paolo Saggese, resta una lucido ed attuale saggio tra i migliori prodotti del novecento, inquadrato nella cultura politica e dell'impegno. Noi ne condividiamo la rilettura.
Nel 2004 la rara opera ha avuto una riedizione da Milano, dalla stessa Casa editrice Italia letteraria.
E' sintomatico che un saggio inviso alle gerarchie ecclesiastiche locali abbia trovato un vasto eco nel mondo della filosofia, della letteratura, quasi un vademecum attuale nel periodo del postconcilio.
Ci auguriamo una rivalutazione locale di un fedele sacerdote della Chiesa, che ha amato la Chiesa come madre ed ha sofferto l'isolamento insieme ad altri profeti del nocecento Don Milani, P. Balducci e tanti altri .
Parzanese è stato l'antesignano della rivoluzione della difesa dell'uomo a livello globale, quindi poeta del villaggio globale ante litteram, dove ha dato voce letteraria ed umana contro le ingiustizie ed i soprusi, inteso in questi termini si può a ragione confermare l'intuizione del Molinario di un Parzanese inizaitore della rilovuzione proletaria secondo i dettami delle fede e della nuova evangelizzazione.
ci piace concludere con il pensiero del critico Carlos De Rio:
Parzanese oggi deve essere conosciuto, non solo perché egli resta l’autore di leziose e serene poesiole per educare il popolo a miti sentimenti, ma soprattutto perché egli può essere letto in chiave marxista e materialista non più come il patetico addormentatore delle coscienze (sic Francesco e Flora), ma come il don Milani o il Paulo Freire dell’Italia meridionale del secolo XIX.
Esprimo la personale gratitudine all'indimenticabile D. Felice Molinario, quale sacerdote e studioso fine e di notevole spessore.
Giovanni Orsogna
Felice MOLINARIO: La rivoluzione
proletaria di Pietro Paolo Parzanese,
Editrice Italia Letteraria,
Milano, giugno 1976, pagine
208, 30 illustrazioni fuori testo,
lire 4.000.
Già la sola lettura semiologia della copertina e del titolo del presente saggio, che Felice Molinario dedica ad una attualizzazione della vita e dell’attività poetica e pedagogica di Pietro Paolo Parzanese, una delle glorie della cultura risorgimentale e romantica del Sud-Italia, giova alla giustificazione di quella affermazione di Edgar Monin, che è diventata anche lo slogan della teologia della liberazione e della teologia politica: « Dopo essere stato la giustificazione sacralizzata della società borghese, il cristianesimo ne è diventato, in questi ultimi tempi, il fine ». Si sa bene, d’altronde che, dopo le chiare intuizioni di papa Giovanni, secondo cui, il Concilio Vaticano Il avrebbe dovuto segnare la fine del cristianesimo segno ed il catalizzatore della sua ineluttabile
costantinista e sociologico, la teologia (ed, anche se lentamente, la stessa prassi dei credenti) sta mettendo bene in rilievo come (almeno per la situazione italiana) non si può fare una teologia della rivoluzione e della liberazione se prima non si fa una rivoluzione e liberazione della teologia.
Ed il presente saggio di Felice Molinanio, un giovane prete teologo e ricercatore, mi ha dato la conferma di quanto benefico sia, per la società civile e per la storia del cristianesimo del secolo XX, questo intenso e vigile e diligente dialogo, che egli, in sintonia con ben più poderosi e fervidi fermenti culturali, ha voluto intessere tra teologia e letteratura, fra filosofia e scienze umane, fra critica letteraria e marxismo strutturalista e I-evisionista. Se qualcuno vuole avere una conferma di quella che oggi viene chiamata la « diversità dei marxismi » deve tenere presente anche
l’apporto che questo giovane studioso, sulle orme di Garaudy, Schafft, Lukàcs, Bloch, Marcuse ed Horkheimer, ha voluto dare nel presente dibattito, che in questi mesi ferve, con incandescenza polemica, in Italia. Felice Molinario non parla specificamente del marxismo, anche se si riferisce, con ridondanza di citazioni bibliografiche, alla continua e benefica osmosi, che il processo di dialogo e di reciproca chiarificazione fra marxismo revisionista e cristianesimo sta apportando anche alla stessa storia politica italiana. E tuttavia, in un colloquio di chiarificazione che ho avuto con lui, in questi giorni, qui, a Bonn, dove io lavoro da anni nelle comunità di emigrati italiani
e spagnoli e dove esperimento quotidianamente la bontà del metodo Freire, del quale pure parla nel suo libro, egli mi ha riferito che ha la chiara consapevolezza che Marx ha fatto il suo libro allo stesso modo come la tradizione biblica, ereticale ed anticlericale dei secoli scorsi ha fatto K. Marx ed il movimento marxista.
Ed è in questa luce che si giustifica allora il titolo della collana di studi e ricerche per una cultura meridionalistica alternativa, nella quale egli ha inserito il suo saggio e con la quale intende portare avanti una serie di problematiche della controcultura o della cultura analfabeta, che finora non ha mai potuto avere spazio nella politica editoriale e culturale della tragica, ma non disperata
realtà italiana di questi anni. Felice Molinario è convinto che quando l’oppio diventa dinamite, quando, cioè, i poveri, i terzi mondi, gli emarginati, gli esiliati politici, le donne, i giovani si appropriano della carica e dei contenuti autenticamente umani e rivoluzionari della speranza
e della operosità cristiana, allora, ci può essere anche possibilità e spazio, non tanto per la sussistenza e la incidenza della religione, ma soprattutto per una nuova forma o modulo culturale,
che mentre recupera i valori ed i dati della tradizione secolare e biblica, nello stesso tempo si arricchisce con l’apporto e la concretizzazione pratica di nuovi elementi o dati culturali.
Il filone del marxismo revisionista, che il Molinario ha mutuato da recenti studi e convegni e prese di posizione della intelligenthia italiana, la più benemerita ed aggiornata (ad esempio
don Italo Mancini, padre Ernesto Balducci, don Giulio Girardi, Lucio Lombardo Radice, Pietro Prini, ecc.) oggi dunque può fare riscoprire degli indubbi valori nella tradizionale prassi o cultura italiana. Molinario applica ad esempio questo principio al caso del Parzanese, un poeta minore dell’800 romantico italiano. Su questo poeta la critica letteraria più accreditata ha detto delle bellissime verità: poeta del villaggio (F. De Sanctis), poeta popolare (B. Croce).
Ma il Molinario dice che oggi non ci si può più fermare a queste interpretazioni congelate nel vicolo cieco di uno schematismo ideologico di altri tempi. Non che queste interpretazioni non siano esatte e vere. Ma, anzi, proprio perché esatte e vere esse debbono essere oggi ampliate, attualizzate, reinterpretate alla luce di nuove istanze pedagogico-culturali e soprattutto in base alla revisione della critica marxista e gramsciana alla pratica ed al ruolo della religione nella società contemporanea.
II. parte
E nello stesso tempo vorrei dire che non è solo questo il merito e l’apporto che il saggio del Molinario vuole dare alla cultura italiana. Egli non intende solo dialogare con ilmarxismo: anzi quello del « supplemento d’animo » al marxismo resta, mi sembra, un apporto marginale, dal momento che egli, citando continuamente la ricca e documentatissima bibliografia al riguardo, dà per scontato ed acquisito una siffatta tematica, almeno per gli ambienti delle avanguardie e dei gruppi di ricercatori che egli frequenta con assidua ed encomiabile costanza. Il tema del rapporto marxismo e cristianesimo viene qui lumeggiato alla luce della scienza dell’interpretazione, quale
l’hanno resa, in questi ultimi anni Ricoeur, Heidegger, Gadamar, Habermas ed Horkheimer e, più ancora, alla luce di una cosiddetta metodica dell’interdisciplinarità, alla quale egli stesso sta lavorando con una serie di riflessioni e di iniziative culturali.
In questo modo il marxismo, nella misura in cui viene relativizzato, viene anche autenticato e, nello stesso, se così posso esprimermi, viene anche vanificato, nel senso che si riconosce che, nella misura in cui esso non sa dare spazio ad altre dimensioni che non siano quelle della economicità e della fatticità efficientistica e produttivistica, diventa un umanesimo disumano. Ma si badi
bene che la polemica del Molinario non è affatto rozza ed acida: anzi potrei dire che non è neppure esplicitata nella maniera in cui qualche altroavrebbe desiderato. Anzi si potrebbe dire che egli resta molto compiacente e arrendevole nei riguardi del marxismo.
Fa sue, ad esempio, le parole che un altro prete, spagnolo Domeme, ha rivolto alle masse dei giovani italiani, nelle sue vibranti conferenze alla pro civitate christiana di Assisi; parla cioè della rivelazione e degli stimoli che José Maria Gonzales-Ruiz gli ha dato per una scoperta nuova del marxismo, quando egli stesso ha confessato: « Io sono diventato più cristiano il giorno in cui ho scoperto e letto Karl Marx ». La vanificazione del marxismo e (per esso) di ogni ideologia sta nel
fatto che egli mette in evidenza che all’analisi epistemologica delle modalità e della relatività e provvisorietà della conoscenza umana risulta che è disumana ed insostenibile quella teoria o quella ideologia che si ponga come unica ed assoluta garante della verità di una ipotesi o proposta etica.
Per questo il Molinario parla di pluralismo, di sinfonismo della verità, di relatività e di apofaticità
del linguaggio umano. La struttura del suo discorso, dunque, pur nella settorialità delle tre sezioni del suo libro, è unitaria ed ispirata da questa mozione di principio: se è vero che il senso della vita
sta nell’agire e nel capire che non ha senso dire che la vita non ha senso e che se la vita di ogni uomo ha un senso « chi lotta e soffre su di una zolla di terra, lotta e soffre su tutta la terra » (Nikos Kazantzakis). Inoltre, un altro degli elementi di compiacimento per il presente lavoro, sta nel fatto che il Molinario ha messo in risalto, grazie alla critica letteraria di stampo gramsciano e di ispirazione populista, che Parzanese oggi deve essere conosciuto, non solo perché egli resta l’autore di leziose e serene poesiole per educare il popolo a miti sentimenti, ma soprattutto perché egli può essere letto in chiave marxista e materialista non più come il patetico addormentatore delle coscienze (sic Francesco e Flora), ma come il don Milani o il Paulo Freire dell’Italia meridionale del secolo XIX.
Se Ernst Bloc ha scritto che « ogni uomo che ha delle aspirazioni vive nel futuro ed il Passato giunge solo più tardi ed il vero presente non è mai generalmente quasi ancora giunto » il Molinario, grazie alla mediazione di Hans Georg Gadamer, secondo cui « chi scrive e trasmette si crea egli stesso i propri contemporanei» precisa che il merito e la bontà del metodo ermeneutico sta appunto
nel fatto che, almeno, esso mette bene in risalto il ruolo autobiografico e protagonistico che deve avere anche l’interprete o il lettore, in questo vasto processo di « circolarità ermeneutica », che coincide, in fondo, con la storia cosmica. In questo senso è esatto ed anzi si pone come programma di vita questa asserzione che l’autore prende a prestito a Schleiermacher, l’iniziatore della teoria ermeneutica: « Io studio e penetro con il pensiero la sua personalità per chiarire sempre meglio
la mia ». Il nostro plauso compiaciuto al lavoro del Molinario deve essere, pertanto, nello stesso tempo anche un contributo che noi stessi vogliamo dare alla causa della liberazione
e della promozione dell’Uomo.
CARLOS DEL RIO



1 commenti:
Invito fgli amici alla lettura della interessante recensione del saggio di Felice Molinario sacredote di Ariano Irpino. A distanza di tempo resta attuale la lucida disamina del Prof. Del Rio.
Aspetto giudizi e commenti.
N. B. La Casa editrice Italia letteraria di Milano, nel 2004 ha fatto una ristampa dell'opera del Moliinario
Giovanni Orsogna
http://parzanesepietropaolo@blogspot.com
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